Ma il virus non è l'unico ostacolo. Anzi, forse non è nemmeno il più grande.
La risposta all'epidemia è segnata da una violenza crescente. Il 1° giugno, a Katana, nel Sud Kivu, un'équipe funebre è stata assalita mentre tentava di seppellire una vittima. I soccorritori sono stati costretti ad abbandonare la bara, lasciando che i corpi altamente contagiosi venissero maneggiati dalla comunità, con un rischio altissimo di nuove catene di trasmissione.
Nello stesso giorno, 11 pazienti affetti da Ebola sono fuggiti dalle strutture di isolamento. Pochi giorni prima, il 21 maggio, un gruppo di giovani aveva preso d'assalto il centro di cura gestito da ALIMA a Rwampara, dandogli fuoco. La scintilla? Le autorità sanitarie si erano rifiutate di restituire una salma alla famiglia per il funerale tradizionale. Nell'incendio, una salma in attesa di sepoltura e le tende di isolamento sono state distrutte.
In pochi giorni nella regione sono stati incendiati due centri di trattamento.
Il crollo della fiducia è il terreno su cui prospera l'epidemia. In alcune comunità congolesi si crede che "questa malattia l'hanno creata gli occidentali" o che l'Ebola semplicemente non esista. Le voci di corridoio viaggiano molto più velocemente dei messaggi ufficiali. Le famiglie nascondono i malati, rifiutano le sepolture sicure in nome delle tradizioni, e a volte minacciano gli operatori sanitari.
In un villaggio, un'équipe sanitaria arrivata per un funerale è stata minacciata: "Chiamiamo i ribelli armati se non ve ne andate". La famiglia ha seppellito il corpo da sola, esponendo potenzialmente decine di persone al contagio. Per Marie Roseline Belizaire, direttrice della risposta alle emergenze dell'OMS per l'Africa, la parte più difficile non è combattere il virus, ma "sedersi con famiglie che credono che la malattia non sia reale".
Tutto questo accade in una delle regioni più tormentate del pianeta. I combattimenti in corso tra i ribelli dell'M23 e le forze armate congolesi, insieme ad altri gruppi armati, limitano la libertà di movimento delle équipe mediche, la sorveglianza e le sepolture sicure. Nella provincia dell'Ituri, le squadre di sepoltura necessitano ormai di scorte militari e della polizia per poter operare.
La conseguenza più tangibile è l'incapacità di tracciare i contagi. La copertura del contact tracing è ferma a circa il 45%, ben al di sotto della soglia del 90% considerata indispensabile per spegnere un focolaio. Il motivo è semplice: le persone nascondono i casi e si oppongono alle squadre di sorveglianza.
Il Direttore Generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, lo ha ripetuto più volte: i soli strumenti tecnici non fermeranno questa epidemia. "Fiducia della comunità, leadership locale e coinvolgimento sociale sono i fattori decisivi per il successo". E un portavoce dell'OMS ha descritto il Bundibugyo come "una malattia che prendi quando ti prendi cura di qualcuno", sottolineando come i modelli di trasmissione siano legati indissolubilmente ai legami sociali e affettivi.
Al 2 giugno, il Ministero della Salute della RDC e i CDC segnalavano 363 casi confermati e 62 decessi confermati nel Paese, con l'epidemia estesa a 24 zone sanitarie tra le province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. I casi sospetti sono molto più numerosi, un dato che riflette proprio le falle nella sorveglianza.
Si sta provando a usare le radio comunitarie per contrastare le bufale, ma la battaglia contro teorie del complotto così radicate è in salita. L'ONU e l'OMS stanno potenziando la risposta, ma insicurezza e disinformazione restano i principali "ostacoli" dichiarati.
Nel frattempo, la comunità internazionale guarda con apprensione a un'epidemia che, per la prima volta dopo anni, rischia davvero di sfuggire di mano.
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