La posta in gioco è trovare un equilibrio in un mercato nel quale gli strumenti abituali — capacità inutilizzata, riduzione graduale dei tagli e coesione tra i membri — sono sottoposti a una pressione senza precedenti.
Lo Stretto di Hormuz è rimasto di fatto chiuso dalla fine di febbraio. Sciami di droni delle Guardie rivoluzionarie iraniane, mine navali e una dichiarata zona marittima interdetta hanno ridotto drasticamente il traffico . Alla fine di maggio, meno di una dozzina di navi commerciali al giorno attraversava il passaggio, contro le circa 138 transitate normalmente .
L’impatto sull’offerta è stato immediato: a marzo 2026 la produzione petrolifera mondiale è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno, il calo mensile più ampio dalla pandemia di Covid-19. I tagli alla produzione del Golfo superano ora gli 11-14 milioni di barili al giorno, a seconda della stima considerata .
Le cifre ufficiali potrebbero però non mostrare l’intera dimensione del problema. Il vicepremier russo Alexander Novak ha parlato il 4 giugno di una carenza “nascosta” di circa 12 milioni di barili al giorno che non arrivano al mercato. Secondo Novak, se i conflitti proseguiranno e gli Stati del Golfo rimanderanno gli investimenti, nel giro di pochi mesi potrebbe materializzarsi una vera scarsità fisica di greggio .
L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato nel suo rapporto di maggio che le perdite cumulative di offerta avessero già superato 1 miliardo di barili a metà maggio .
Il prezzo del Brent ha seguito l’evoluzione della crisi. A marzo è salito fino a circa 126 dollari al barile, registrando il più forte aumento mensile mai osservato, prima di scendere intorno ai 95 dollari all’inizio di giugno, sostenuto da fragili speranze di negoziati tra Stati Uniti e Iran .
Il mercato non sta quindi prezzando soltanto la scarsità fisica del petrolio. Sta valutando anche la probabilità di una svolta diplomatica che, al momento, non si è ancora concretizzata. Una riapertura dello stretto potrebbe far scendere rapidamente le quotazioni; un ulteriore deterioramento della situazione, invece, potrebbe accelerare la corsa al greggio disponibile.
La crisi ha costretto gli analisti a rivedere le previsioni sulla domanda di petrolio per il 2026 e il 2027.
Nel suo rapporto mensile di maggio, OPEC ha ridotto la stima sulla crescita della domanda mondiale nel 2026 a circa 1,2 milioni di barili al giorno, rispetto agli 1,4 milioni previsti in precedenza, citando esplicitamente le conseguenze della guerra con l’Iran .
Per il 2027, tuttavia, l’organizzazione ha aumentato la previsione a circa 1,5 milioni di barili al giorno, con una revisione al rialzo di circa 0,2 milioni. L’ipotesi è quella di una forte ripresa delle economie non appartenenti all’OCSE una volta ripristinati i flussi attraverso Hormuz .
L’Energy Information Administration statunitense è più pessimista sul 2026. Nel suo Short-Term Energy Outlook di giugno ha ridotto la crescita della domanda globale a soli 0,2 milioni di barili al giorno, attribuendo il calo soprattutto all’Asia, la regione più dipendente dal greggio mediorientale .
Per il 2027, l’EIA prevede una crescita di 1,5 milioni di barili al giorno, in linea con lo scenario di ripresa indicato da OPEC. Ma avverte che, anche dopo la riapertura dello stretto, la maggior parte dei precedenti modelli di produzione e commercio non tornerà alla normalità prima della fine del 2026 o dell’inizio del 2027 .
I dati disponibili non riportano una previsione dettagliata dell’IEA sulla domanda per il 2026-2027. Il suo rapporto di maggio è stato citato indirettamente soprattutto per le stime sulla produzione del Golfo rimasta fuori mercato, superiore ai 14 milioni di barili al giorno in alcune valutazioni .
L’incontro del 4 giugno tra il ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman, e il vicepremier russo Alexander Novak, a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, ha funzionato come una sorta di pre-vertice informale tra i due pesi massimi dell’alleanza .
L’appello pubblico del ministro saudita alla “stabilizzazione del settore energetico” è arrivato mentre la crisi di Hormuz e la guerra in Ucraina riducono la produzione di importanti Paesi esportatori . Russia e Arabia Saudita rappresentano insieme oltre il 20% della produzione petrolifera mondiale: il loro orientamento condizionerà in larga misura qualsiasi decisione di OPEC+ .
L’avvertimento di Novak sul deficit nascosto di 12 milioni di barili al giorno rivela anche la lettura di Mosca: il mercato sarebbe molto più teso di quanto suggeriscano le quote ufficiali. In questo scenario, aumentare l’offerta troppo presto potrebbe rivelarsi rischioso se lo stretto resterà chiuso .
La 41ª riunione ministeriale OPEC e non-OPEC sarà la prima sessione ministeriale completa dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, effettiva dal 1º maggio. Non si tratta soltanto di un cambiamento politico. Gli Emirati erano uno dei principali detentori di capacità produttiva inutilizzata, cioè di barili che possono essere immessi rapidamente sul mercato in caso di emergenza.
Per questo l’EIA prevede che la capacità inutilizzata media di OPEC scenda a 2,5 milioni di barili al giorno nel 2027, dai 3,8 milioni stimati in precedenza . L’alleanza dovrà inoltre ridistribuire le quote tra un numero più ristretto di membri proprio mentre affronta la più grande interruzione dell’offerta petrolifera della storia moderna.
Secondo i delegati informati sull’ordine del giorno, i ministri dovrebbero approvare un ulteriore aumento della produzione di 188.000 barili al giorno per luglio. Sarebbe la prosecuzione del graduale ritiro dei tagli volontari introdotti nell’aprile 2023 .
La vera scelta sarà se:
Con il Brent tra circa 95 e 101 dollari al barile, le pressioni sui bilanci dei Paesi del Golfo spingono in direzioni opposte. Aumentare rapidamente la produzione potrebbe provocare un crollo dei prezzi qualora arrivasse un accordo tra Stati Uniti e Iran. Mantenere i tagli, invece, rischierebbe di lasciare quote di mercato ai produttori non appartenenti a OPEC+ .
C’è infine una variabile che l’alleanza non può ignorare: il tempo. A metà maggio, JPMorgan aveva avvertito che le scorte commerciali dei Paesi dell’OCSE avrebbero potuto avvicinarsi a livelli di stress operativo già all’inizio di giugno. Se lo stretto resterà di fatto chiuso, le riserve potrebbero raggiungere livelli critici entro la fine del mese .
Questo trasforma la riunione del 7 giugno da un appuntamento di politica energetica in un esercizio di gestione dell’emergenza. OPEC+ dovrà decidere come distribuire una quantità sempre più ridotta di barili fisicamente disponibili, in un mercato che sta consumando rapidamente le scorte.
La domanda non è soltanto quanti barili l’alleanza voglia promettere. È quanti barili possa davvero consegnare, quando la sicurezza delle rotte, la capacità produttiva e la tenuta politica del gruppo sono tutte in discussione.
La posta in gioco è trovare un equilibrio in un mercato nel quale gli strumenti abituali — capacità inutilizzata, riduzione graduale dei tagli e coesione tra i membri — sono sottoposti a una pressione senza precedenti.
Lo Stretto di Hormuz è rimasto di fatto chiuso dalla fine di febbraio. Sciami di droni delle Guardie rivoluzionarie iraniane, mine navali e una dichiarata zona marittima interdetta hanno ridotto drasticamente il traffico . Alla fine di maggio, meno di una dozzina di navi commerciali al giorno attraversava il passaggio, contro le circa 138 transitate normalmente .
L’impatto sull’offerta è stato immediato: a marzo 2026 la produzione petrolifera mondiale è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno, il calo mensile più ampio dalla pandemia di Covid-19. I tagli alla produzione del Golfo superano ora gli 11-14 milioni di barili al giorno, a seconda della stima considerata .
Le cifre ufficiali potrebbero però non mostrare l’intera dimensione del problema. Il vicepremier russo Alexander Novak ha parlato il 4 giugno di una carenza “nascosta” di circa 12 milioni di barili al giorno che non arrivano al mercato. Secondo Novak, se i conflitti proseguiranno e gli Stati del Golfo rimanderanno gli investimenti, nel giro di pochi mesi potrebbe materializzarsi una vera scarsità fisica di greggio .
L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato nel suo rapporto di maggio che le perdite cumulative di offerta avessero già superato 1 miliardo di barili a metà maggio .
Il prezzo del Brent ha seguito l’evoluzione della crisi. A marzo è salito fino a circa 126 dollari al barile, registrando il più forte aumento mensile mai osservato, prima di scendere intorno ai 95 dollari all’inizio di giugno, sostenuto da fragili speranze di negoziati tra Stati Uniti e Iran .
Il mercato non sta quindi prezzando soltanto la scarsità fisica del petrolio. Sta valutando anche la probabilità di una svolta diplomatica che, al momento, non si è ancora concretizzata. Una riapertura dello stretto potrebbe far scendere rapidamente le quotazioni; un ulteriore deterioramento della situazione, invece, potrebbe accelerare la corsa al greggio disponibile.
La crisi ha costretto gli analisti a rivedere le previsioni sulla domanda di petrolio per il 2026 e il 2027.
Nel suo rapporto mensile di maggio, OPEC ha ridotto la stima sulla crescita della domanda mondiale nel 2026 a circa 1,2 milioni di barili al giorno, rispetto agli 1,4 milioni previsti in precedenza, citando esplicitamente le conseguenze della guerra con l’Iran .
Per il 2027, tuttavia, l’organizzazione ha aumentato la previsione a circa 1,5 milioni di barili al giorno, con una revisione al rialzo di circa 0,2 milioni. L’ipotesi è quella di una forte ripresa delle economie non appartenenti all’OCSE una volta ripristinati i flussi attraverso Hormuz .
L’Energy Information Administration statunitense è più pessimista sul 2026. Nel suo Short-Term Energy Outlook di giugno ha ridotto la crescita della domanda globale a soli 0,2 milioni di barili al giorno, attribuendo il calo soprattutto all’Asia, la regione più dipendente dal greggio mediorientale .
Per il 2027, l’EIA prevede una crescita di 1,5 milioni di barili al giorno, in linea con lo scenario di ripresa indicato da OPEC. Ma avverte che, anche dopo la riapertura dello stretto, la maggior parte dei precedenti modelli di produzione e commercio non tornerà alla normalità prima della fine del 2026 o dell’inizio del 2027 .
I dati disponibili non riportano una previsione dettagliata dell’IEA sulla domanda per il 2026-2027. Il suo rapporto di maggio è stato citato indirettamente soprattutto per le stime sulla produzione del Golfo rimasta fuori mercato, superiore ai 14 milioni di barili al giorno in alcune valutazioni .
L’incontro del 4 giugno tra il ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman, e il vicepremier russo Alexander Novak, a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, ha funzionato come una sorta di pre-vertice informale tra i due pesi massimi dell’alleanza .
L’appello pubblico del ministro saudita alla “stabilizzazione del settore energetico” è arrivato mentre la crisi di Hormuz e la guerra in Ucraina riducono la produzione di importanti Paesi esportatori . Russia e Arabia Saudita rappresentano insieme oltre il 20% della produzione petrolifera mondiale: il loro orientamento condizionerà in larga misura qualsiasi decisione di OPEC+ .
L’avvertimento di Novak sul deficit nascosto di 12 milioni di barili al giorno rivela anche la lettura di Mosca: il mercato sarebbe molto più teso di quanto suggeriscano le quote ufficiali. In questo scenario, aumentare l’offerta troppo presto potrebbe rivelarsi rischioso se lo stretto resterà chiuso .
La 41ª riunione ministeriale OPEC e non-OPEC sarà la prima sessione ministeriale completa dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, effettiva dal 1º maggio. Non si tratta soltanto di un cambiamento politico. Gli Emirati erano uno dei principali detentori di capacità produttiva inutilizzata, cioè di barili che possono essere immessi rapidamente sul mercato in caso di emergenza.
Per questo l’EIA prevede che la capacità inutilizzata media di OPEC scenda a 2,5 milioni di barili al giorno nel 2027, dai 3,8 milioni stimati in precedenza . L’alleanza dovrà inoltre ridistribuire le quote tra un numero più ristretto di membri proprio mentre affronta la più grande interruzione dell’offerta petrolifera della storia moderna.
Secondo i delegati informati sull’ordine del giorno, i ministri dovrebbero approvare un ulteriore aumento della produzione di 188.000 barili al giorno per luglio. Sarebbe la prosecuzione del graduale ritiro dei tagli volontari introdotti nell’aprile 2023 .
La vera scelta sarà se:
Con il Brent tra circa 95 e 101 dollari al barile, le pressioni sui bilanci dei Paesi del Golfo spingono in direzioni opposte. Aumentare rapidamente la produzione potrebbe provocare un crollo dei prezzi qualora arrivasse un accordo tra Stati Uniti e Iran. Mantenere i tagli, invece, rischierebbe di lasciare quote di mercato ai produttori non appartenenti a OPEC+ .
C’è infine una variabile che l’alleanza non può ignorare: il tempo. A metà maggio, JPMorgan aveva avvertito che le scorte commerciali dei Paesi dell’OCSE avrebbero potuto avvicinarsi a livelli di stress operativo già all’inizio di giugno. Se lo stretto resterà di fatto chiuso, le riserve potrebbero raggiungere livelli critici entro la fine del mese .
Questo trasforma la riunione del 7 giugno da un appuntamento di politica energetica in un esercizio di gestione dell’emergenza. OPEC+ dovrà decidere come distribuire una quantità sempre più ridotta di barili fisicamente disponibili, in un mercato che sta consumando rapidamente le scorte.
La domanda non è soltanto quanti barili l’alleanza voglia promettere. È quanti barili possa davvero consegnare, quando la sicurezza delle rotte, la capacità produttiva e la tenuta politica del gruppo sono tutte in discussione.