Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per circa 559,4 miliardi di euro e ne ha esportati 199,6 miliardi, con un deficit vicino ai 360 miliardi.[20] La Germania è particolarmente esposta: auto, macchinari, chimica e apparecchiature industriali sono gli stessi settori in cui la Cina sta passando da cliente a conc...
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Create a landscape editorial hero image for this Studio Global article: How is the surge of Chinese exports—driven by factories producing more than China’s domestic economy can absorb and reflected in a record EU. Article summary: Europe is moving from a largely open-market posture toward “de-risking”: targeted protection against subsidised or restricted-access Chinese imports, combined with efforts to rebuild its own competitiveness. The core pro. Topic tags: general, general web, government, news, user generated. Style: premium digital editorial illustration, source-backed research mood, clean composition, high detail, modern web publication hero. Use reference image context only for broad subject, composition, and topical grounding; do not copy the exact image. Avoid: logos, brand marks, copyrighted characters, real person likenesses, fake screenshots, UI text, readable text, watermar
La crescita industriale della Cina sta creando un problema nuovo per l’Europa. Le aziende cinesi non competono più soltanto nei prodotti a basso costo: sono entrate nelle auto elettriche, nei macchinari, nelle batterie, nella chimica e in altri comparti vicini al cuore dell’economia industriale europea.
La risposta dell’Unione europea si sta spostando così dall’apertura dei mercati come principio quasi automatico al de-risking: mantenere il commercio aperto quando la concorrenza è reciproca, ma introdurre misure mirate quando sussidi, ostacoli all’accesso o dipendenze strategiche generano rischi significativi.
Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per circa 559,4 miliardi di euro e ne ha esportati per 199,6 miliardi. Il risultato è un deficit commerciale di circa 359,8 miliardi: le importazioni sono aumentate del 6,4% rispetto al 2024, mentre le esportazioni sono diminuite del 6,5%.
La Commissione europea indica un disavanzo di 359,9 miliardi, in crescita del 2,7% su base annua e comunque al di sotto del record di 397,3 miliardi raggiunto nel 2022. Altre ricostruzioni hanno parlato di 360,6 miliardi, pari a circa un miliardo di euro al giorno, e di un aumento annuo del 15%.
Le cifre non coincidono pienamente con l’ultima presentazione ufficiale, quindi il tasso di crescita va interpretato con cautela. La tendenza di fondo, però, è chiara: l’Europa compra dalla Cina molti più beni di quanti ne venda e il divario resta storicamente elevato.
Conta anche la composizione degli scambi. Apparecchiature elettriche e macchinari sono tra i principali gruppi di prodotti nel commercio tra UE e Cina. Le esportazioni cinesi verso l’Europa comprendono inoltre beni legati alle transizioni verde e digitale, tra cui auto elettriche, batterie e componenti ad alta tecnologia.
Per i consumatori e per le imprese europee che utilizzano componenti cinesi, prezzi più bassi possono essere un vantaggio. Ma un afflusso prolungato di prodotti fortemente sovvenzionati o venduti a prezzi insolitamente bassi può comprimere i margini, scoraggiare gli investimenti e indebolire le filiere che sostengono la produzione europea.
Il primo China shock era associato soprattutto al trasferimento di produzioni a basso costo nelle catene globali del valore. Lo shock attuale è diverso per un motivo decisivo: le aziende cinesi competono sempre più in alto nella catena tecnologica e industriale.
La domanda interna cinese si è indebolita, mentre la capacità produttiva resta molto ampia. Secondo diversi analisti, questa combinazione spinge una quota maggiore della produzione cinese verso i mercati esteri, aumentando la pressione sui prezzi in Europa e riducendo al tempo stesso la domanda cinese di beni strumentali europei.
I settori più esposti includono:
Per le imprese europee il rischio non riguarda soltanto le vendite perse. Prezzi più bassi possono ridurre il rendimento di fabbriche e programmi di ricerca avviati durante la spinta verso l’elettrificazione e la decarbonizzazione. Se la produzione viene abbandonata, l’Europa può perdere anche fornitori specializzati, competenze ingegneristiche, capacità di ricerca e posti di lavoro qualificati.
È per questo che il dibattito è andato oltre la dimensione del deficit commerciale: oggi si parla di resilienza industriale e sicurezza economica.
La Germania è il caso più evidente della vulnerabilità europea. Manifattura ed esportazioni hanno un peso eccezionale nel suo modello economico, fondato proprio su veicoli, macchinari, chimica e apparecchiature industriali: gli stessi comparti in cui la Cina era un tempo soprattutto cliente e mercato di crescita.
Quel rapporto sta cambiando. Le aziende cinesi sono ormai concorrenti sempre più capaci nell’automotive, nei macchinari e nella chimica, non più soltanto acquirenti o partner produttivi a basso costo. La Germania si trova sotto pressione su tre fronti: in Cina, nei mercati dei Paesi terzi e, sempre più, nello stesso mercato europeo.
I dati commerciali mostrano il deterioramento del rapporto. Nel primo semestre del 2026 le esportazioni tedesche verso la Cina sono diminuite di oltre il 12% su base annua, scendendo appena sotto i 37 miliardi di euro. Nello stesso periodo la Cina è passata dal secondo al nono posto tra i mercati di esportazione della Germania, secondo dati preliminari riportati da Reuters.
Per costruttori come Volkswagen la transizione è particolarmente complessa. Le aziende cinesi hanno conquistato posizioni forti nelle auto elettriche, nelle batterie e nel software, mentre i produttori europei devono ancora gestire il costo della conversione dei loro grandi business basati sui motori endotermici.
La concorrenza cinese, quindi, non si basa più soltanto sul prezzo: coinvolge tecnologia, rapidità nello sviluppo dei prodotti e filiere integrate.
Questo non significa che ogni difficoltà dell’industria tedesca sia imputabile alla Cina. Le imprese europee devono fare i conti anche con energia costosa, autorizzazioni lente, mercati dei capitali frammentati, carenza di competenze e digitalizzazione disomogenea. La concorrenza cinese rende queste debolezze più visibili, ma non le ha create tutte.
L’Unione non ha adottato un’unica politica complessiva verso la Cina. Ha invece costruito, caso per caso, un arsenale di strumenti di difesa commerciale.
Dopo un’indagine sui sussidi, l’UE ha introdotto dazi compensativi aggiuntivi sui veicoli elettrici a batteria prodotti in Cina. Le misure si applicano oltre al normale dazio europeo sulle automobili e mirano a compensare un possibile vantaggio derivante dai sussidi, non a vietare del tutto le importazioni.
Alla fine del 2025, alcuni dazi sulle auto elettriche costruite in Cina arrivavano fino al 35,3%.
Per l’acciaio l’UE utilizza misure di salvaguardia, comprese quote tariffarie, oltre a procedimenti antidumping e antisovvenzioni. Alla fine del 2025 erano in vigore 172 misure antidumping e antisovvenzioni nei confronti di partner commerciali, e poco più di tre quarti riguardavano aziende cinesi, secondo Reuters.
Questi strumenti dovrebbero distinguere le importazioni frutto della normale concorrenza da quelle che danneggiano l’industria europea attraverso dumping, sussidi o aumenti improvvisi dei flussi. Nella pratica, il loro approccio prodotto per prodotto può essere più lento delle pressioni industriali che intende affrontare.
Nel giugno 2025 la Commissione europea ha usato per la prima volta lo Strumento internazionale per gli appalti per limitare la partecipazione di operatori cinesi e l’accesso di dispositivi medici di origine cinese agli appalti pubblici dell’UE. La misura esclude per cinque anni le offerte cinesi dalle gare interessate, con valore pari o superiore a 5 milioni di euro.
Non si tratta di un normale dazio all’importazione. La logica dichiarata è quella della reciprocità: l’UE ha agito dopo aver rilevato che i fornitori europei non godevano di un accesso equivalente al mercato cinese degli appalti pubblici.
I responsabili politici europei discutono se il sistema attuale sia troppo lento e ristretto per affrontare una trasformazione industriale strutturale. Tra le proposte figurano:
Alcuni politici guardano anche a uno strumento simile alla Section 301 degli Stati Uniti, che consente di reagire più rapidamente a pratiche commerciali ritenute sistemiche senza aprire un’indagine lunga e separata per ogni prodotto coinvolto.
Gli ostacoli sono però notevoli. I 27 Stati membri hanno interessi commerciali diversi, molte aziende europee dipendono dalla Cina sia come mercato sia come fornitore e restrizioni più dure potrebbero provocare ritorsioni. Un meccanismo ampio dovrebbe inoltre rispettare il diritto dell’UE e gli impegni commerciali internazionali.
La direzione più probabile non è quindi un passaggio immediato al protezionismo generalizzato. Si va piuttosto verso una versione più condizionata dell’apertura: accesso ai mercati quando la concorrenza è reciproca, difesa quando sussidi, dipendenze o barriere all’ingresso diventano rilevanti.
La disputa centrale riguarda l’origine della forza esportatrice cinese: è soprattutto il risultato di un sostegno statale distorsivo oppure di una competitività industriale autentica?
I governi europei citano finanziamenti agevolati, terreni, energia, trattamento fiscale, appalti pubblici e filiere collegate allo Stato. Il timore è che questi strumenti sostengano una capacità produttiva eccessiva e permettano di esportare a prezzi che le aziende europee non possono replicare sostenendo costi di mercato.
La posizione cinese è diversa: le sue imprese competerebbero grazie a economie di scala, innovazione, fornitori integrati e maggiore rapidità di esecuzione. Da questa prospettiva, le restrizioni europee sarebbero protezionismo destinato a proteggere operatori meno efficienti.
Le due spiegazioni possono essere vere in parte. I sussidi possono distorcere capacità e prezzi, mentre le aziende europee possono aver perso competitività anche a causa di costi interni e ritardi normativi. Da qui il difficile compromesso:
La risposta più solida dovrebbe quindi unire difesa commerciale mirata a energia pulita meno costosa, autorizzazioni più rapide, mercati dei capitali più profondi, maggiori finanziamenti all’innovazione e una domanda più forte per le tecnologie pulite europee.
Il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’UE, noto come CBAM, è entrato nella fase definitiva nel gennaio 2026. Riguarda importazioni ad alta intensità di carbonio, tra cui ferro, acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità. Gli importatori devono contabilizzare le emissioni incorporate acquistando e consegnando certificati.
La motivazione europea è evitare la cosiddetta fuga di carbonio. Se i produttori europei pagano un prezzo sul carbonio mentre i beni importati non affrontano un costo analogo, la produzione potrebbe trasferirsi all’estero oppure le importazioni potrebbero godere di un vantaggio artificiale. Il CBAM punta ad avvicinare il costo del carbonio delle importazioni a quello sostenuto dai produttori dell’UE.
I Paesi BRICS vedono però il meccanismo in modo diverso. In una riunione tenuta a Nuova Delhi nell’agosto 2026, i ministri dell’Ambiente del gruppo hanno definito misure come il CBAM “unilaterali, punitive, discriminatorie e protezionistiche”. Hanno sostenuto che tali politiche possono gravare sulle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo e hanno collegato la critica alla richiesta di maggiori finanziamenti per l’adattamento climatico.
Il conflitto non è soltanto una questione di linguaggio. Anche se formalmente basato sulle emissioni e non sulla nazionalità, il CBAM può colpire in modo diverso gli esportatori che hanno produzioni più inquinanti, dati sulle emissioni meno completi o un accesso più limitato ai finanziamenti per la decarbonizzazione. Per molte economie in via di sviluppo, il timore è che la regolazione climatica si trasformi in una condizione di accesso a un mercato definita dai Paesi più ricchi.
L’Europa sta cercando di perseguire quattro obiettivi che entrano spesso in collisione: proteggere la capacità industriale, conservare i benefici del commercio aperto, mantenere credibile la politica climatica ed evitare un confronto più ampio con Cina, economie BRICS e Stati Uniti.
La soluzione più duratura difficilmente sarà il laissez-faire assoluto, ma nemmeno una tariffa indiscriminata su tutto ciò che arriva dalla Cina. L’UE dovrà combinare misure commerciali basate su prove quando la concorrenza è chiaramente distorta con una strategia interna capace di rendere la produzione europea più produttiva, innovativa e accessibile.
L’ondata di esportazioni cinesi ha messo in luce il costo delle vecchie certezze europee. La domanda non è più se l’UE debba restare aperta, ma se possa farlo senza lasciare erodere le proprie capacità industriali strategiche e, allo stesso tempo, senza rinunciare alla concorrenza e agli investimenti necessari per ricostruirle.
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Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per circa 559,4 miliardi di euro e ne ha esportati 199,6 miliardi, con un deficit vicino ai 360 miliardi.[20]
Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per circa 559,4 miliardi di euro e ne ha esportati 199,6 miliardi, con un deficit vicino ai 360 miliardi.[20] La Germania è particolarmente esposta: auto, macchinari, chimica e apparecchiature industriali sono gli stessi settori in cui la Cina sta passando da cliente a concorrente.
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