Le donne hanno avuto un ruolo centrale in questa crescita, ma la loro presenza numerica non si è tradotta in un'influenza equivalente nel sistema sanitario. Le stime indicano che costituiscono la maggioranza tra infermieri, ostetriche e operatori sanitari di comunità, mentre rappresentano meno della metà dei medici.
È una divisione del lavoro fortemente segnata dal genere: le donne sono sovrarappresentate nelle attività essenziali di assistenza e di prima linea, ma meno presenti nelle professioni e nelle posizioni decisionali associate a maggiore retribuzione, autorità e potere organizzativo. Contare quanti lavoratori ci sono, quindi, non basta: bisogna anche chiedersi chi svolge il lavoro, quanto viene valorizzato e chi stabilisce le priorità del sistema.
L'analisi non definisce la carenza come il semplice numero di posti vacanti. Confronta invece la densità del personale sanitario con il livello più basso osservato nei Paesi che hanno raggiunto un punteggio di almeno 80 nell'indice di copertura sanitaria universale effettiva. Si tratta dunque di una soglia empirica collegata alla capacità di fornire servizi, non di una regola identica per ogni Paese.
Applicando questi parametri, nel 2023 sarebbero serviti altri:
| Professione | Professionisti aggiuntivi stimati |
|---|---|
| Medici | 7,1 milioni |
| Infermieri e ostetriche | 23,9 milioni |
| Dentisti | 1,8 milioni |
| Farmacisti | 1,6 milioni |
| Totale | 34,4 milioni |
La componente più consistente riguarda infermieri e ostetriche, con un deficit stimato oltre tre volte superiore a quello dei medici. Il dato mostra perché la programmazione sanitaria non possa concentrarsi soltanto sull'aumento dei camici bianchi: assistenza primaria, infermieristica, ostetricia, salute orale, farmacie e servizi territoriali contribuiscono tutti alla copertura effettiva.
Uno studio precedente basato sui dati GBD del 2019 aveva stimato che, per raggiungere un punteggio di 80 nell'indice di copertura effettiva, sarebbero serviti almeno i seguenti livelli ogni 10.000 abitanti:
L'analisi più recente riporta soglie osservate differenti: circa 23,8 medici, 64,5 infermieri e ostetriche, 5,2 dentisti e 5,6 farmacisti ogni 10.000 abitanti.
La differenza non rappresenta necessariamente una contraddizione. I due studi utilizzano dati riferiti a periodi diversi e procedure di stima differenti. L'analisi più recente prende come riferimento la densità minima osservata nei Paesi che hanno raggiunto la soglia di copertura, mentre quella precedente stimava densità minime attraverso un diverso modello.
Per questo motivo, i numeri non devono essere interpretati come un'unica soglia universale e immutabile o come un obiettivo di assunzione identico per ogni Paese. Cambiamenti nella disponibilità dei dati, nei risultati dei singoli sistemi sanitari e nella metodologia possono modificare sia la soglia sia la dimensione del deficit stimato.
L'Asia meridionale presenta il deficit complessivo più grande: circa 13,6 milioni di professionisti aggiuntivi nei cinque gruppi considerati. La stima regionale comprende circa 2,6 milioni di medici, 10 milioni di infermieri e ostetriche, 0,7 milioni di dentisti e 0,3 milioni di farmacisti.
La dimensione della popolazione contribuisce a spiegare il totale così elevato. La sfida, però, non è soltanto numerica: la regione deve anche distribuire il personale in modo più efficace, raggiungendo le comunità rurali, più povere e scarsamente servite.
L'Africa subsahariana affronta un problema diverso, ma altrettanto grave. Nel 2023 aveva le densità più basse per quasi tutte le principali categorie professionali; l'eccezione principale era rappresentata dagli operatori sanitari di comunità. I Paesi ad alto reddito, al contrario, registravano le densità più elevate.
Il confronto dimostra perché un solo numero globale possa essere fuorviante. L'Asia meridionale ha il fabbisogno assoluto maggiore, mentre l'Africa subsahariana dispone di un numero eccezionalmente basso di operatori rispetto alla popolazione e ai bisogni sanitari. Entrambe le aree hanno bisogno di più professionisti, ma le politiche devono tenere conto della crescita demografica, del carico di malattia, della capacità formativa e delle condizioni che favoriscono la permanenza sul territorio.
La stima di 34,4 milioni non è direttamente confrontabile con tutte le cifre pubblicate dall'Organizzazione mondiale della sanità. Le stime dell'OMS possono utilizzare anni di riferimento, categorie professionali, definizioni del bisogno e orizzonti temporali differenti. Un rapporto dell'OMS, per esempio, indicava una carenza basata sui bisogni di 20 milioni di operatori nel 2013, scesa a 15 milioni nel 2020 e destinata — secondo la proiezione — a raggiungere i 10 milioni nel 2030.
La stima GBD risponde a una domanda diversa: quanti medici, infermieri, ostetriche, dentisti e farmacisti servirebbero per raggiungere un punteggio di 80 nella copertura sanitaria universale effettiva, utilizzando come riferimento le densità osservate nei Paesi che hanno già raggiunto quella soglia.
Una stima GBD più alta non rende automaticamente errata una cifra dell'OMS più bassa. Il confronto diventa fuorviante solo quando numeri costruiti con obiettivi, professioni, anni e definizioni di carenza diversi vengono presentati come se misurassero esattamente la stessa cosa.
Formare e assumere nuovi professionisti è indispensabile, ma aumentare il numero degli operatori senza migliorare le condizioni di lavoro può favorire il ricambio rapido del personale, la concentrazione nelle aree più ricche e l'abbandono delle zone più difficili da servire.
Una strategia duratura deve intervenire sull'intero percorso professionale:
Il paradosso centrale è evidente: il personale sanitario mondiale è cresciuto di oltre 80 milioni di persone, in larga misura grazie al lavoro delle donne, eppure molti sistemi restano al di sotto della capacità associata persino a un livello moderato di copertura sanitaria universale. Colmare il divario richiede quindi più della semplice assunzione di nuovi operatori: significa riconoscere il valore dei ruoli che già sostengono gran parte dell'assistenza, distribuire il personale in modo più equo e costruire istituzioni capaci di farlo restare e di permettergli di guidare il cambiamento.