Il dato, tuttavia, è rimasto ben al di sotto della media di lungo periodo, pari a 54,3. Le difficoltà di approvvigionamento e i tempi di consegna più lunghi, legati alla chiusura di Hormuz, hanno continuato a frenare l’economia .
Gli Emirati hanno potuto contare sulla possibilità di esportare greggio attraverso Fujairah, sul Mar Arabico, al di fuori dello Stretto. Questa via ha offerto un importante cuscinetto, ma non ha evitato i danni al polo commerciale e logistico di Jebel Ali. Turismo, commercio al dettaglio e aviazione sono stati tra i comparti più esposti alla disruption marittima .
In Arabia Saudita, il settore non petrolifero è tornato in espansione dopo la contrazione di aprile. Secondo MUFG Research, il PMI è salito a 51,5, da 48,8, segnalando un miglioramento delle condizioni operative .
La lettura esatta pubblicata da S&P Global non era disponibile nelle fonti consultate, ma la direzione del dato è chiara: la domanda interna ha tenuto e l’economia saudita ha mostrato una notevole capacità di assorbire lo shock.
Il principale vantaggio di Riyadh è la pipeline East-West, che può trasportare fino a 5 milioni di barili al giorno dal Golfo al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. La rotta consente di aggirare Hormuz per una parte delle esportazioni energetiche .
Anche l’aumento dei prezzi del petrolio, che nel 2026 hanno raggiunto una media di circa 86 dollari al barile, ha più che compensato per alcuni produttori la riduzione dei volumi esportati, quando erano disponibili infrastrutture alternative . Il Fondo monetario internazionale ha definito l’economia saudita “agile e resiliente”, avvertendo però che un conflitto prolungato potrebbe pesare sulla crescita e sugli investimenti nel medio periodo .
La crisi ha creato una vera linea di frattura geografica nel Golfo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono stati considerati tra i Paesi meno colpiti perché dispongono di capacità operative per esportare da porti situati fuori dallo Stretto. Anche l’Oman ha un profilo diverso, poiché le sue principali rotte di produzione ed esportazione non attraversano Hormuz .
La situazione è molto più difficile per i Paesi privi di alternative. Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein dipendono dal corridoio di Hormuz per le esportazioni energetiche e risultano quindi particolarmente vulnerabili a una chiusura prolungata .
Il Bahrein è stato indicato come il caso più esposto: non dispone di una rotta alternativa e necessita di un prezzo del petrolio compreso tra 110 e 130 dollari al barile per pareggiare le proprie esigenze di bilancio .
Entro la fine di maggio nessun Paese del Golfo aveva subito un declassamento sovrano. Le ampie riserve finanziarie, gli attivi dei fondi sovrani e i prezzi elevati del petrolio hanno fornito un margine di sicurezza importante .
Gli Emirati hanno mantenuto il rating AA− di Fitch, mentre l’Arabia Saudita ha conservato il rating Aa3 di Moody’s con prospettive stabili . Nel complesso, Moody’s, Fitch e S&P hanno lasciato invariati i principali rating della regione, considerando le riserve finanziarie e la ricchezza sovrana come ammortizzatori dello shock .
La stabilità, però, non equivale all’assenza di rischi. Il 28 maggio Fitch ha avvertito che la guerra con l’Iran potrebbe provocare declassamenti più ampi, sia per gli Stati sia per le aziende, se le ostilità dovessero continuare .
Il Qatar era già stato inserito da Fitch in Rating Watch Negative a marzo, dopo i danni provocati dagli attacchi iraniani agli impianti di gas naturale liquefatto di Ras Laffan. L’agenzia aveva inoltre segnalato che il contesto di sicurezza poteva essersi “deteriorato in modo permanente” .
Moody’s aveva infine portato da stabile a negativo l’outlook del Bahrein, mentre le esportazioni rallentavano drasticamente. Il caso mostra quanto l’impatto della crisi sia asimmetrico anche all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo .
Le piazze finanziarie del Golfo hanno seguito una traiettoria opposta rispetto ai principali indici internazionali. A maggio l’indice MSCI GCC ha perso l’1,3%, mentre l’MSCI World è salito del 5%, sostenuto dall’entusiasmo per gli investimenti nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale .
La performance negativa dei mercati regionali riflette la cautela degli investitori di fronte alla chiusura di Hormuz, alla volatilità del petrolio e all’incertezza geopolitica . È stato il terzo mese consecutivo di pressione sulle azioni del Golfo, con le speranze intermittenti di un cessate il fuoco incapaci di trasformarsi in una fiducia stabile .
Diverse stime mostrano quanto il costo economico possa diventare significativo anche in caso di blocco relativamente breve:
La perdita stimata per gli Emirati è maggiore di quella saudita soprattutto per la loro esposizione a turismo, logistica commerciale e attività del polo di Jebel Ali. La maggiore diversificazione dell’economia emiratina non elimina infatti la vulnerabilità alle interruzioni dei trasporti regionali .
L’impatto non si limita alle statistiche trimestrali. La guerra ha colpito il progetto decennale con cui le monarchie del Golfo puntano a costruire economie basate anche su turismo, finanza, aviazione e tecnologia.
Il Washington Post ha descritto il conflitto come una crisi che sta “mettendo alla prova il futuro economico di lungo periodo” degli Stati del Golfo, osservando che le vulnerabilità di sicurezza e i vincoli geografici minacciano ormai anche i settori emergenti .
In Arabia Saudita, il settore non petrolifero sviluppato nell’ultimo decennio attraverso Vision 2030 è stato definito come alle prese con il più grave shock esterno mai affrontato . Secondo Chatham House, la chiusura di Hormuz ha evidenziato un rischio strategico che va oltre l’emergenza attuale: anche dopo la riapertura, resterà la percezione che lo Stretto possa essere chiuso nuovamente .
Guardando oltre Emirati e Arabia Saudita, la divergenza regionale appare ancora più evidente.
Qatar. È stato il Paese a subire la contrazione iniziale più forte, ma anche il rimbalzo più pronunciato. A marzo il PMI è crollato a 38,7, vicino al minimo storico, dopo che QatarEnergy aveva dichiarato la forza maggiore sulle esportazioni di gas naturale liquefatto e gli attacchi iraniani avevano danneggiato gli impianti di Ras Laffan . A maggio l’indice è risalito a 46,4, rispetto a 34,2 in aprile, ma è rimasto in piena area di contrazione .
Egitto. Il PMI non petrolifero è migliorato solo marginalmente, passando a 47,1 a maggio da 46,6 ad aprile. È rimasto sotto la soglia di 50 per il quinto mese consecutivo . La domanda debole e il nuovo aumento dei costi degli input hanno spinto le imprese ad aumentare i prezzi e hanno provocato la più intensa ondata di tagli occupazionali dal giugno 2020 . Il conflitto ha fatto aumentare i costi del carburante e di altri fattori produttivi per il settore privato egiziano .
Kuwait. È il caso di maggiore vulnerabilità strutturale. Il Paese dipende interamente dallo Stretto di Hormuz per le esportazioni di idrocarburi e non dispone di un oleodotto alternativo . Il PMI era sceso a 46,3 a marzo ed era rimasto allo stesso livello ad aprile, indicando una contrazione persistente . Nelle fonti pubblicate non era disponibile un dato esatto per maggio, ma PwC ha inserito il Kuwait tra le economie del Golfo più duramente colpite .
I dati di maggio mostrano che la crisi di Hormuz non ha prodotto uno shock uniforme nel Consiglio di cooperazione del Golfo. La geografia delle rotte di esportazione ha determinato gran parte della differenza.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno mantenuto una modesta espansione non petrolifera grazie alle infrastrutture alternative, ai prezzi elevati del greggio e alla tenuta della domanda interna. Il Qatar ha recuperato terreno dopo il crollo del primo trimestre, ma è rimasto in contrazione. L’Egitto ha continuato a operare sotto quota 50, mentre il Kuwait ha dovuto affrontare un collo di bottiglia nelle esportazioni senza una soluzione rapida.
Le agenzie di rating non hanno ancora scelto la strada dei declassamenti, ma i loro avvertimenti sono diventati più netti. PMI, borse e previsioni sul PIL descrivono un’economia del Golfo sotto pressione: i due dati positivi di Emirati e Arabia Saudita raccontano solo una parte della storia.
Il dato, tuttavia, è rimasto ben al di sotto della media di lungo periodo, pari a 54,3. Le difficoltà di approvvigionamento e i tempi di consegna più lunghi, legati alla chiusura di Hormuz, hanno continuato a frenare l’economia .
Gli Emirati hanno potuto contare sulla possibilità di esportare greggio attraverso Fujairah, sul Mar Arabico, al di fuori dello Stretto. Questa via ha offerto un importante cuscinetto, ma non ha evitato i danni al polo commerciale e logistico di Jebel Ali. Turismo, commercio al dettaglio e aviazione sono stati tra i comparti più esposti alla disruption marittima .
In Arabia Saudita, il settore non petrolifero è tornato in espansione dopo la contrazione di aprile. Secondo MUFG Research, il PMI è salito a 51,5, da 48,8, segnalando un miglioramento delle condizioni operative .
La lettura esatta pubblicata da S&P Global non era disponibile nelle fonti consultate, ma la direzione del dato è chiara: la domanda interna ha tenuto e l’economia saudita ha mostrato una notevole capacità di assorbire lo shock.
Il principale vantaggio di Riyadh è la pipeline East-West, che può trasportare fino a 5 milioni di barili al giorno dal Golfo al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. La rotta consente di aggirare Hormuz per una parte delle esportazioni energetiche .
Anche l’aumento dei prezzi del petrolio, che nel 2026 hanno raggiunto una media di circa 86 dollari al barile, ha più che compensato per alcuni produttori la riduzione dei volumi esportati, quando erano disponibili infrastrutture alternative . Il Fondo monetario internazionale ha definito l’economia saudita “agile e resiliente”, avvertendo però che un conflitto prolungato potrebbe pesare sulla crescita e sugli investimenti nel medio periodo .
La crisi ha creato una vera linea di frattura geografica nel Golfo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono stati considerati tra i Paesi meno colpiti perché dispongono di capacità operative per esportare da porti situati fuori dallo Stretto. Anche l’Oman ha un profilo diverso, poiché le sue principali rotte di produzione ed esportazione non attraversano Hormuz .
La situazione è molto più difficile per i Paesi privi di alternative. Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein dipendono dal corridoio di Hormuz per le esportazioni energetiche e risultano quindi particolarmente vulnerabili a una chiusura prolungata .
Il Bahrein è stato indicato come il caso più esposto: non dispone di una rotta alternativa e necessita di un prezzo del petrolio compreso tra 110 e 130 dollari al barile per pareggiare le proprie esigenze di bilancio .
Entro la fine di maggio nessun Paese del Golfo aveva subito un declassamento sovrano. Le ampie riserve finanziarie, gli attivi dei fondi sovrani e i prezzi elevati del petrolio hanno fornito un margine di sicurezza importante .
Gli Emirati hanno mantenuto il rating AA− di Fitch, mentre l’Arabia Saudita ha conservato il rating Aa3 di Moody’s con prospettive stabili . Nel complesso, Moody’s, Fitch e S&P hanno lasciato invariati i principali rating della regione, considerando le riserve finanziarie e la ricchezza sovrana come ammortizzatori dello shock .
La stabilità, però, non equivale all’assenza di rischi. Il 28 maggio Fitch ha avvertito che la guerra con l’Iran potrebbe provocare declassamenti più ampi, sia per gli Stati sia per le aziende, se le ostilità dovessero continuare .
Il Qatar era già stato inserito da Fitch in Rating Watch Negative a marzo, dopo i danni provocati dagli attacchi iraniani agli impianti di gas naturale liquefatto di Ras Laffan. L’agenzia aveva inoltre segnalato che il contesto di sicurezza poteva essersi “deteriorato in modo permanente” .
Moody’s aveva infine portato da stabile a negativo l’outlook del Bahrein, mentre le esportazioni rallentavano drasticamente. Il caso mostra quanto l’impatto della crisi sia asimmetrico anche all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo .
Le piazze finanziarie del Golfo hanno seguito una traiettoria opposta rispetto ai principali indici internazionali. A maggio l’indice MSCI GCC ha perso l’1,3%, mentre l’MSCI World è salito del 5%, sostenuto dall’entusiasmo per gli investimenti nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale .
La performance negativa dei mercati regionali riflette la cautela degli investitori di fronte alla chiusura di Hormuz, alla volatilità del petrolio e all’incertezza geopolitica . È stato il terzo mese consecutivo di pressione sulle azioni del Golfo, con le speranze intermittenti di un cessate il fuoco incapaci di trasformarsi in una fiducia stabile .
Diverse stime mostrano quanto il costo economico possa diventare significativo anche in caso di blocco relativamente breve:
La perdita stimata per gli Emirati è maggiore di quella saudita soprattutto per la loro esposizione a turismo, logistica commerciale e attività del polo di Jebel Ali. La maggiore diversificazione dell’economia emiratina non elimina infatti la vulnerabilità alle interruzioni dei trasporti regionali .
L’impatto non si limita alle statistiche trimestrali. La guerra ha colpito il progetto decennale con cui le monarchie del Golfo puntano a costruire economie basate anche su turismo, finanza, aviazione e tecnologia.
Il Washington Post ha descritto il conflitto come una crisi che sta “mettendo alla prova il futuro economico di lungo periodo” degli Stati del Golfo, osservando che le vulnerabilità di sicurezza e i vincoli geografici minacciano ormai anche i settori emergenti .
In Arabia Saudita, il settore non petrolifero sviluppato nell’ultimo decennio attraverso Vision 2030 è stato definito come alle prese con il più grave shock esterno mai affrontato . Secondo Chatham House, la chiusura di Hormuz ha evidenziato un rischio strategico che va oltre l’emergenza attuale: anche dopo la riapertura, resterà la percezione che lo Stretto possa essere chiuso nuovamente .
Guardando oltre Emirati e Arabia Saudita, la divergenza regionale appare ancora più evidente.
Qatar. È stato il Paese a subire la contrazione iniziale più forte, ma anche il rimbalzo più pronunciato. A marzo il PMI è crollato a 38,7, vicino al minimo storico, dopo che QatarEnergy aveva dichiarato la forza maggiore sulle esportazioni di gas naturale liquefatto e gli attacchi iraniani avevano danneggiato gli impianti di Ras Laffan . A maggio l’indice è risalito a 46,4, rispetto a 34,2 in aprile, ma è rimasto in piena area di contrazione .
Egitto. Il PMI non petrolifero è migliorato solo marginalmente, passando a 47,1 a maggio da 46,6 ad aprile. È rimasto sotto la soglia di 50 per il quinto mese consecutivo . La domanda debole e il nuovo aumento dei costi degli input hanno spinto le imprese ad aumentare i prezzi e hanno provocato la più intensa ondata di tagli occupazionali dal giugno 2020 . Il conflitto ha fatto aumentare i costi del carburante e di altri fattori produttivi per il settore privato egiziano .
Kuwait. È il caso di maggiore vulnerabilità strutturale. Il Paese dipende interamente dallo Stretto di Hormuz per le esportazioni di idrocarburi e non dispone di un oleodotto alternativo . Il PMI era sceso a 46,3 a marzo ed era rimasto allo stesso livello ad aprile, indicando una contrazione persistente . Nelle fonti pubblicate non era disponibile un dato esatto per maggio, ma PwC ha inserito il Kuwait tra le economie del Golfo più duramente colpite .
I dati di maggio mostrano che la crisi di Hormuz non ha prodotto uno shock uniforme nel Consiglio di cooperazione del Golfo. La geografia delle rotte di esportazione ha determinato gran parte della differenza.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno mantenuto una modesta espansione non petrolifera grazie alle infrastrutture alternative, ai prezzi elevati del greggio e alla tenuta della domanda interna. Il Qatar ha recuperato terreno dopo il crollo del primo trimestre, ma è rimasto in contrazione. L’Egitto ha continuato a operare sotto quota 50, mentre il Kuwait ha dovuto affrontare un collo di bottiglia nelle esportazioni senza una soluzione rapida.
Le agenzie di rating non hanno ancora scelto la strada dei declassamenti, ma i loro avvertimenti sono diventati più netti. PMI, borse e previsioni sul PIL descrivono un’economia del Golfo sotto pressione: i due dati positivi di Emirati e Arabia Saudita raccontano solo una parte della storia.