Il caso è particolarmente imbarazzante per una società che vende consulenza sull’IA: PwC diventa infatti l’ultima delle quattro grandi società internazionali di revisione e consulenza — la cosiddetta Big Four, composta da Deloitte, EY, KPMG e PwC — a essere coinvolta in accuse simili .
Gli analisti hanno utilizzato gli strumenti Hallucination Check e AI Detector di GPTZero per esaminare quattro pubblicazioni di PwC Middle East . I risultati indicano un modello ricorrente di utilizzo dell’IA senza controlli editoriali sufficienti:
Tra gli elementi più rivelatori c’è una citazione che includeva il parametro di tracciamento “utm_source=chatgpt.com”. La stringa suggerisce che l’indirizzo possa essere stato copiato direttamente dall’output di ChatGPT senza una verifica editoriale successiva .
GPTZero ha inoltre segnalato una presunta storia di successo sull’uso dell’IA agentica da parte di J.P. Morgan attribuita a un blogger adolescente con 280 follower su Medium .
L’indagine su PwC arriva dopo verifiche analoghe sulle altre grandi società del settore:
Con il caso PwC, tutte e quattro le società della Big Four risultano quindi essere state oggetto di indagini di GPTZero su contenuti professionali potenzialmente generati dall’IA senza adeguati controlli .
Al momento della pubblicazione dell’indagine, PwC Middle East non aveva confermato pubblicamente le contestazioni specifiche. I quattro report risultavano ancora disponibili online . Anche la rete internazionale di PwC non aveva immediatamente ritirato o corretto i documenti .
Questo distingue, almeno nell’immediato, la reazione di PwC da quella di KPMG, che aveva rimosso il proprio report dopo le smentite delle organizzazioni citate nei casi di studio .
Lo stesso giorno in cui è stata pubblicata l’indagine, il CEO di PwC US Paul Griggs ha rilasciato un’intervista a Business Insider sui due principali errori che le aziende commetterebbero nell’approccio all’IA .
La prima convinzione sbagliata, secondo Griggs, è considerare l’IA una semplice trasformazione tecnologica. Le aziende che affidano il tema esclusivamente al CIO o al CTO, ha detto, rischiano di continuare a “inciampare”; l’IA dovrebbe essere trattata come una trasformazione aziendale su larga scala, capace di coinvolgere persone e processi .
La seconda è pensare che l’IA possa risolvere da sola un’organizzazione disfunzionale. “Se la sovrapponi a processi disordinati, tutto ciò che l’IA farà per te sarà mostrarti quanto siano davvero disordinati quei processi”, ha affermato Griggs .
Il tempismo ha reso le dichiarazioni particolarmente ironiche: mentre il vertice statunitense di PwC metteva in guardia dal sovrapporre l’IA a processi aziendali mal funzionanti, la divisione mediorientale della stessa rete veniva accusata di aver pubblicato contenuti generati dall’IA senza un controllo umano adeguato .
Già nel marzo 2026 Griggs aveva dichiarato al Financial Times che i partner di PwC incapaci di abbracciare l’IA “non sarebbero rimasti lì ancora a lungo” . Le dichiarazioni suggeriscono una forte spinta interna verso un modello “AI-first”, ma il caso dei report solleva una domanda elementare: chi controlla che l’IA non trasformi una pubblicazione destinata ai clienti in una raccolta di fatti inventati?
Le contestazioni non riguardano soltanto l’uso di uno strumento di generazione automatica. Riguardano soprattutto l’assenza di verifiche su materiali presentati come analisi autorevoli e destinati a sostenere nuove attività di consulenza .
GPTZero ha definito il fenomeno “Vibe Citing”: citare fonti che sembrano pertinenti all’argomento, ma senza controllare che sostengano davvero l’affermazione riportata . In un report professionale, una pratica simile può compromettere non solo la credibilità del documento, ma anche le decisioni prese dai lettori sulla base di quei dati.
Il Financial Times ha descritto gli errori come tutt’altro che sottili . E il dettaglio “utm_source=chatgpt.com” mostra perché la supervisione umana resta indispensabile: un testo può avere l’aspetto di una ricerca approfondita, ma basta una verifica delle fonti per rivelare che alcuni riferimenti non esistono o non dicono ciò che il documento sostiene.