Il segnale più netto dell’effetto iniziale sui flussi africani arriva dai primi due mesi di applicazione. A maggio e giugno, le importazioni cinesi dall’Africa hanno raggiunto 193,8 miliardi di yuan, pari a circa 28,72 miliardi di dollari, con un aumento del 23,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo i dati attribuiti all’Amministrazione generale delle dogane cinese.
Tra i prodotti agricoli, alcuni degli incrementi più marcati hanno riguardato:
Questi numeri mostrano come l’eliminazione dei dazi possa accelerare l’ingresso sul mercato di prodotti già disponibili, conformi alle regole d’importazione e in grado di raggiungere gli acquirenti cinesi. Esponenti del governo cinese e rappresentanti diplomatici hanno attribuito alla nuova agevolazione tariffaria una parte rilevante dell’aumento delle importazioni africane e del record bilaterale.
Va comunque precisato che si tratta dei primi mesi di attuazione. I dati mostrano una forte associazione temporale con la misura, ma non dimostrano che l’aumento sia stato causato esclusivamente dall’azzeramento dei dazi.
La Nigeria è uno degli esempi nazionali più evidenti degli effetti iniziali della politica. Nel primo semestre del 2026, il commercio bilaterale Nigeria-Cina ha raggiunto 18 miliardi di dollari, in crescita del 35% su base annua, secondo dichiarazioni di funzionari nigeriani e cinesi.
Nello stesso periodo, le importazioni cinesi dalla Nigeria sono aumentate dell’80%, arrivando a 2,3 miliardi di dollari. L’incremento suggerisce che i fornitori nigeriani abbiano potuto sfruttare costi di ingresso più bassi e una domanda cinese già esistente, soprattutto per le materie prime.
Proprio questo risultato ha spinto il governo nigeriano a lanciare un avvertimento: il Paese dovrebbe puntare su una maggiore esportazione di prodotti agricoli, minerari e manifatturieri trasformati, invece di limitarsi ad aumentare le spedizioni di materie prime.
La distinzione è cruciale. Un aumento del valore delle esportazioni può rafforzare le entrate in valuta estera senza modificare in profondità la struttura produttiva dell’economia. Lavorazione, confezionamento, manifattura e servizi collegati consentono in genere di trattenere più valore nel Paese rispetto all’esportazione di materiali non trasformati. Per questo, in Nigeria la politica cinese viene considerata un’opportunità, ma non un sostituto della politica industriale.
La Somalia ha concentrato la propria risposta sull’economia marina. Nel luglio 2026, Mogadiscio e Pechino hanno firmato un protocollo che consente ai prodotti ittici somali di entrare in Cina senza dazi, nel rispetto dei requisiti previsti dall’accordo. Tra i prodotti ammessi figurano tonno, aragoste e altri prodotti marini pescati allo stato selvatico.
Il protocollo è stato firmato a Mogadiscio dal ministro somalo della Pesca, Ahmed Hassan Aden, e dall’ambasciatore cinese Wang Yu. Per la Somalia, l’intesa trasforma un accesso preferenziale generale in un canale di esportazione concreto per il comparto ittico.
Le autorità somale hanno collegato l’accordo a piani più ampi per sviluppare le risorse marine del Paese e aumentare le entrate della pesca. La Somalia ha inoltre annunciato un’esenzione fiscale per gli esportatori di prodotti ittici diretti in Cina, aggiungendo un incentivo interno alla rimozione dei dazi cinesi.
L’esempio somalo mostra però anche le condizioni necessarie perché l’opportunità diventi reale. L’ingresso senza dazi è solo il primo passo: servono infrastrutture per lo sbarco, celle frigorifere, controlli di qualità, tracciabilità e una logistica affidabile per rifornire con continuità il mercato cinese.
Il valore record comprende sia le importazioni sia le esportazioni. Un aumento del commercio bilaterale, quindi, non significa automaticamente che le esportazioni africane stiano raggiungendo le vendite cinesi nel continente.
Funzionari e analisti continuano a concentrarsi sullo squilibrio della relazione commerciale. Le esportazioni cinesi verso l’Africa restano molto più elevate delle importazioni dalla regione, e le analisi fornite descrivono il deficit commerciale africano con la Cina come superiore a 100 miliardi di dollari nel primo semestre del 2026.
Le autorità cinesi hanno respinto l’idea che lo squilibrio, da solo, dimostri il fallimento della relazione, definendo questa lettura una «trappola narrativa» e sottolineando il ruolo del capitale cinese e dei beni intermedi nelle importazioni africane.
Le due interpretazioni partono da posizioni diverse, ma indicano lo stesso problema di fondo: non conta soltanto quanto vale il commercio. Conta anche che cosa vende l’Africa, che cosa importa e quanta produzione e occupazione rimangono sul continente.
L’azzeramento dei dazi elimina un costo alla frontiera, ma non aumenta automaticamente il valore di un prodotto. Governi e imprese africane dovranno quindi utilizzare l’apertura del mercato per sviluppare agroalimentare, lavorazione dei minerali, trasformazione dei prodotti ittici e manifattura. L’appello della Nigeria a puntare sulle esportazioni a valore aggiunto riflette una sfida più ampia.
Gli esportatori possono continuare a incontrare ostacoli legati a requisiti sanitari e fitosanitari, certificazioni, ispezioni e standard di prodotto non uniformi. Rendere compatibili i sistemi nazionali e aiutare le imprese a rispettare i requisiti cinesi renderebbe l’accesso senza dazi più utilizzabile nella pratica.
Porti, procedure doganali, reti di trasporto e documentazione possono generare costi capaci di assorbire parte del vantaggio offerto dai dazi zero. Servono quindi sdoganamenti più rapidi e sistemi migliori di facilitazione degli scambi, soprattutto per i prodotti agricoli e ittici deperibili.
Molti esportatori non sono ancora in grado di garantire i volumi, la continuità e la qualità richiesti dai grandi acquirenti cinesi. Investimenti in impianti di trasformazione, stoccaggio, refrigerazione, imballaggio, analisi e controllo qualità potrebbero trasformare le spedizioni occasionali in filiere esportatrici stabili.
La finestra di apertura descritta nelle fonti è temporanea, perciò la rapidità di attuazione sarà decisiva. I governi che useranno l’opportunità soltanto per aumentare le esportazioni di materie prime rischiano di consolidare il modello esistente. Quelli che la accompagneranno con investimenti, competenze, infrastrutture e standard specifici per settore avranno maggiori possibilità di trasformare la crescita degli scambi in cambiamento strutturale.
La politica cinese dei dazi zero ha contribuito a un rapido aumento delle esportazioni africane verso la Cina e al record di 1,41 trilioni di yuan nel commercio Cina-Africa durante il primo semestre del 2026. La crescita degli scambi e delle esportazioni nigeriane, insieme al protocollo somalo sui prodotti ittici, mostra come l’opportunità stia già producendo risultati a livello nazionale.
La prova più importante, però, sarà capire se cambierà la composizione del commercio. Senza produzione a valore aggiunto, standard compatibili, logistica efficiente e capacità produttiva sufficiente, l’Africa potrebbe vendere di più alla Cina continuando comunque a importare molto più di quanto esporti. L’apertura tariffaria è significativa, ma il suo impatto duraturo dipenderà dalle riforme realizzate all’interno delle economie africane.