Le compagnie petrolifere non stanno investendo nella fusione perché oggi esistano centrali commerciali capaci di produrre elettricità. Stanno acquistando un’opzione su un possibile futuro mercato energetico: quello dell’elettricità affidabile e a basse emissioni per un’economia sempre più elettrificata. L’impegno va da partecipazioni di minoranza e investimenti venture a partnership tecniche e, nel caso di Eni, a un accordo da oltre 1 miliardo di dollari per acquistare energia da una centrale che deve ancora essere costruita.
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Chi sta investendo nella fusione
Il settore energetico non sta puntando su un’unica soluzione. Le aziende stanno sostenendo percorsi tecnologici differenti, con l’obiettivo di mantenere aperte più possibilità.
- Eni è investitore strategico e partner di Commonwealth Fusion Systems (CFS), che sviluppa un tokamak ad alto campo basato sul confinamento magnetico. Eni ha inoltre accettato di acquistare elettricità dalla futura centrale ARC di CFS, in Virginia.
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- Equinor ha aumentato il proprio investimento in CFS durante il round di finanziamento Series B da 1,8 miliardi di dollari, definendo quella partecipazione il più grande investimento venture realizzato dalla società fino a quel momento.
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- Chevron, attraverso Chevron Technology Ventures, ha investito in Zap Energy, che sviluppa una tecnologia Z-pinch stabilizzata da flussi di taglio. L’obiettivo è confinare e comprimere il plasma senza il grande sistema di magneti esterni tipico dei tokamak. L’importo dell’investimento non è stato reso pubblico.
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- Chevron ha investito anche in TAE Technologies, società californiana che segue un approccio diverso dal tokamak di CFS.
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- Anche Shell e Cenovus sono state indicate dalla stampa specializzata tra gli investitori energetici nella fusione, ma le informazioni pubbliche sulle quote detenute e sugli importi sono limitate.
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La distinzione è importante: un tokamak, un sistema Z-pinch e l’approccio di TAE presentano difficoltà ingegneristiche, tempi di sviluppo e possibili percorsi verso il mercato differenti. Gli investimenti assomigliano quindi più a un portafoglio di opzioni tecnologiche di lungo periodo che a un consenso su un singolo tipo di reattore già vincente.
Quanti soldi stanno arrivando nella fusione
Una recente stima del settore ha collocato gli investimenti privati globali nella fusione a un livello record di 4,48 miliardi di dollari nel 2025, in aumento del 69% rispetto all’anno precedente.
11 Altre valutazioni usano definizioni e periodi diversi: un’indagine del 2024 della Fusion Industry Association e dell’Oak Ridge National Laboratory ha conteggiato 6,2 miliardi di dollari di investimenti distribuiti su 43 società private verificate, includendo nella propria presentazione categorie di finanziamento pubbliche e private.
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Le cifre non sono direttamente confrontabili. I totali possono cambiare a seconda che comprendano sovvenzioni pubbliche, round successivi, impegni strategici oppure soltanto il capitale azionario raccolto da società private. La conclusione più prudente è che la fusione sia passata da nicchia del venture capital a settore d’investimento da diversi miliardi di dollari.
CFS è l’esempio più evidente di questa concentrazione. Nel luglio 2026 ha annunciato un ulteriore round azionario da 1 miliardo di dollari, portando il capitale raccolto complessivamente a circa 4 miliardi. Secondo le stime utilizzate, questa cifra rappresenta circa il 30%, o all’incirca un terzo, del capitale privato investito nelle società della fusione.
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Perché Commonwealth Fusion Systems è in testa alla corsa ai finanziamenti
CFS ha attirato capitali perché combina una strategia tecnologica riconoscibile con una sequenza di commercializzazione relativamente chiara.
La società utilizza magneti superconduttori ad alta temperatura per costruire un tokamak compatto e ad alto campo magnetico. La tesi centrale è che campi magnetici più intensi possano rendere il dispositivo più piccolo e più pratico dal punto di vista commerciale rispetto ai precedenti progetti di tokamak. Si tratta però ancora di un’ipotesi ingegneristica, non di un risultato commerciale dimostrato.
CFS ha inoltre definito un percorso comprensibile per gli investitori: prima dimostrare la fisica con SPARC, poi usare quell’esperienza per sviluppare ARC, una centrale destinata alla rete elettrica. Round di finanziamento molto consistenti, partner commerciali identificabili e un sito scelto in Virginia danno alla società una storia industriale più concreta rispetto a una startup concentrata esclusivamente sulla ricerca di laboratorio. Restano tuttavia rischi rilevanti legati ai materiali, alla disponibilità dell’impianto, alla gestione del combustibile, alle autorizzazioni, ai costi e alle tempistiche.
SPARC e ARC: cosa prevedono i due progetti
SPARC, in costruzione a Devens, nel Massachusetts, è il tokamak sperimentale. Il suo obiettivo è dimostrare energia netta da fusione con una macchina compatta e ad alto campo e validare l’ingegneria necessaria per una successiva centrale elettrica. Non è, di per sé, un generatore commerciale collegato alla rete. CFS ha descritto SPARC come la base del proprio programma di commercializzazione; nel 2025 alcune pubblicazioni hanno riferito che il sito era completato per oltre il 65%.
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ARC è la centrale commerciale progettata nella contea di Chesterfield, in Virginia, vicino a Richmond. CFS la descrive come un impianto da 400 megawatt, destinato a immettere elettricità da fusione nella rete nei primi anni 2030. Google ha accettato di acquistare 200 megawatt, mentre Eni ha firmato un accordo separato per l’acquisto di energia dal valore superiore a 1 miliardo di dollari.
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Si tratta di contratti futuri per l’acquisto di energia, non della prova che l’elettricità da fusione sia già disponibile. ARC dipende ancora dai progressi tecnici di SPARC, dalle autorizzazioni, dai finanziamenti e dalla costruzione dell’impianto. La tecnologia non è ancora operativa.
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La strategia europea di Eni
Per Eni, la fusione potrebbe rappresentare qualcosa di più della semplice proprietà o gestione di una centrale. La società ha dichiarato di voler contribuire alla realizzazione di un impianto commerciale in Europa entro i primi anni 2040, o anche prima, con CFS come sviluppatore previsto. Una dirigente di Eni ha definito la fusione una possibile «prossima raffineria».
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Questa descrizione suggerisce un’attività industriale che non si limiterebbe alla vendita di elettricità. Eni ha indicato opportunità lungo il ciclo del combustibile della fusione, tra cui il recupero, la purificazione e il riutilizzo di trizio e deuterio, oltre a possibili ruoli nella gestione degli impianti, nelle catene di fornitura e nella commercializzazione dell’energia.
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Perché la fusione è diventata una copertura strategica
La tesi d’investimento non è che la fusione possa risolvere la carenza di elettricità di oggi. È che l’elettrificazione, i data center e la decarbonizzazione industriale possano creare in futuro un grande mercato per una produzione elettrica affidabile e a basse emissioni.
Le società energetiche possono inoltre trasferire alla fusione competenze già maturate nel finanziamento di infrastrutture complesse, nella gestione di grandi progetti industriali e nella vendita dell’energia attraverso contratti di lungo periodo.
Per le aziende del petrolio e del gas, partecipazioni venture relativamente contenute consentono di accedere a talenti, tecnologie e future catene di fornitura senza dover trasformare immediatamente l’intero modello di business. Per le società della fusione, invece, gli investitori strategici offrono capitale, esperienza industriale e potenziali clienti.
La riserva resta decisiva: la produzione commerciale di elettricità da fusione non è stata ancora dimostrata. Gli accordi attuali mostrano una fiducia crescente nell’opportunità, non una certezza sul risultato. La fusione rimane una scommessa industriale ad alto rischio: tempi, costi e fattibilità tecnica devono ancora essere verificati.