Una riserva detenuta da Saudi Aramco o dalla compagnia emiratina ADNOC in Giappone svolge però una funzione diversa dalle riserve strategiche giapponesi. Il greggio del produttore può essere venduto ai clienti asiatici o utilizzato per sostenere le forniture locali, mentre il Giappone ottiene un’ulteriore fonte di approvvigionamento già vicina alle proprie raffinerie.
Anche Seoul sta cercando di diversificare i percorsi di arrivo del petrolio. La Corea del Sud ha dichiarato di aver organizzato 273 milioni di barili di greggio e 2,1 milioni di tonnellate di nafta attraverso rotte esterne a Hormuz fino alla fine dell’anno. Il governo sta inoltre discutendo pipeline alternative e depositi al di fuori dello Stretto.
La proposta non partirebbe da zero. Giappone e Abu Dhabi avviarono nel 2009 un progetto di stoccaggio congiunto a Kagoshima, nel sud del Giappone. L’accordo garantiva a Tokyo accesso al greggio in caso di emergenza e offriva ad Abu Dhabi una base logistica e commerciale per rifornire i clienti asiatici.
Nel 2020 la capacità affittata da ADNOC in Giappone era stata portata a oltre 8 milioni di barili. L’iniziativa rafforzava contemporaneamente la sicurezza energetica giapponese e l’accesso del produttore emiratino al mercato dell’Asia orientale.
Il Giappone ha inoltre una lunga esperienza nello stoccaggio di greggio saudita a Okinawa. Un accordo con Saudi Aramco consentiva alla compagnia di conservare fino a 6,3 milioni di barili sull’isola; un’intesa analoga riguardava ADNOC in Kyushu.
A maggio 2026 Tokyo e gli Emirati hanno concordato di discutere un aumento delle forniture di greggio emiratino e l’espansione delle riserve congiunte. Tuttavia, le informazioni disponibili non indicano ancora un volume definitivo, né chiariscono finanziamento e modalità operative.
Se gli attuali 8 milioni di barili per Paese venissero davvero moltiplicati per dieci, Arabia Saudita ed Emirati avrebbero bisogno di circa 80 milioni di barili ciascuno in Giappone. Non basterebbe quindi riempire qualche serbatoio libero.
I principali ostacoli sarebbero:
Le notizie disponibili confermano l’esistenza di colloqui e di una cooperazione già attiva, non un’espansione decuplicata già approvata.
Arabia Saudita ed Emirati stanno anche cercando di sfruttare infrastrutture capaci di portare parte del greggio verso sbocchi esterni a Hormuz. L’industria della raffinazione giapponese ha chiesto forniture più diversificate e alternative praticabili al petrolio trasportato attraverso lo Stretto, compreso il sostegno a progetti di pipeline aggiranti.
Anche i Paesi del Golfo stanno ampliando percorsi alternativi, ma si tratta di opere costose che richiedono anni. Le esportazioni saudite dirette verso il Mar Rosso devono comunque affrontare il passaggio di Bab el-Mandeb. Quelle emiratine instradate verso Fujairah dipendono dalla capacità dei terminal e dalla sicurezza della navigazione oltre il Golfo di Oman.
Il Mar Rosso ha già mostrato quanto sia fragile questa strategia. Un blocco attribuito agli Houthi e rivolto alla navigazione saudita a Bab el-Mandeb ha creato una seconda minaccia per le consegne di petrolio asiatiche, mentre i raffinatori stavano ancora assorbendo gli effetti della crisi di Hormuz.
In altre parole, aggirare un collo di bottiglia può significare esporsi a un altro. Pipeline, serbatoi e terminal alternativi sono più efficaci se usati come livelli complementari; nessuno di essi, preso singolarmente, può sostituire il libero transito attraverso Hormuz ai volumi necessari ai produttori del Golfo e alle raffinerie asiatiche.
La pressione di Washington sull’economia iraniana offre un ulteriore incentivo ai Paesi asiatici a garantirsi greggio non iraniano e già disponibile fuori dalla zona di conflitto. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha sanzionato la raffineria indipendente cinese Hengli Petrochemical, oltre a circa 40 società e navi legate al commercio petrolifero iraniano.
Il presidente Donald Trump e il segretario al Tesoro Scott Bessent hanno inoltre annunciato nuove misure descritte come senza precedenti. Il perimetro definitivo, compresa l’eventuale estensione a ulteriori raffinerie o banche cinesi, non era però ancora stato precisato nelle informazioni disponibili.
Per Teheran, restrizioni più severe su vendite di petrolio, trasporti e pagamenti potrebbero ridurre le entrate in valuta estera proprio mentre la guerra aumenta i costi logistici e quelli per i consumatori. La combinazione potrebbe alimentare inflazione e carenze e aumentare la pressione per introdurre controlli sulla domanda di carburante.
Non ci sono però elementi sufficienti per affermare che sia già stato imposto un razionamento energetico nazionale in Iran: si tratta di un rischio possibile, non di uno sviluppo confermato.
Per Arabia Saudita, Emirati, Giappone e Corea del Sud, in questo contesto la certezza delle catene di approvvigionamento diventa più preziosa. Le sanzioni, tuttavia, possono anche complicare gli accordi di stoccaggio, aumentando i controlli su proprietà del carico, pagamenti, assicuratori, navi e destinazione finale del greggio.
Scorte estere, fornitori alternativi, pipeline di bypass e riserve strategiche possono ridurre la durata e il costo economico di uno shock a Hormuz. Non possono però ripristinare rapidamente tutti i flussi persi durante una chiusura prolungata. Una stima ha quantificato la riduzione dei flussi petroliferi globali in circa 11 milioni di barili al giorno, anche dopo le misure adottate per compensare l’interruzione.
Per questo i colloqui con Giappone e Corea del Sud sono importanti anche se non dovessero concretizzarsi nella scala ipotizzata. Indicano il passaggio da una visione di Hormuz come rischio temporaneo per la navigazione a quella di una vulnerabilità strutturale della catena globale di approvvigionamento.
La risposta più realistica è un portafoglio di misure: più stoccaggio vicino alle raffinerie asiatiche, maggiore capacità di pipeline e terminal, acquisti da fornitori diversificati, regole più chiare per il rilascio delle riserve e una riduzione della domanda di petrolio.
Il limite è il tempo. Queste soluzioni richiedono investimenti, autorizzazioni e coordinamento. Se Hormuz, Mar Rosso, mercati assicurativi, controlli sulle sanzioni e scorte delle raffinerie asiatiche diventassero restrittivi nello stesso momento, nessun singolo deposito potrebbe offrire una protezione completa.