I vantaggi attesi sono soprattutto questi:
Christian Sewing, presidente dell’Associazione delle banche tedesche, ha accolto con favore il piano ma ha chiesto interventi rapidi su temi come l’output floor, il trattamento del finanziamento al commercio e gli investimenti in software. Slawomir Krupa, amministratore delegato di Société Générale e presidente della Federazione bancaria europea, ha definito il pacchetto un passo importante per affrontare il capitale e la liquidità “intrappolati” dai vincoli nazionali.
Il ring-fencing si verifica quando le autorità di un Paese impongono a una controllata bancaria di conservare localmente capitale o attività liquide, invece di permettere al gruppo di utilizzarli dove sarebbero più produttivi.
La Commissione ritiene che un allentamento mirato di questi vincoli potrebbe rendere disponibili per un impiego più efficiente nell’UE circa 230 miliardi di euro di attività liquide, mantenendo al tempo stesso la protezione delle economie locali e la stabilità finanziaria.
La comunicazione della Commissione indica la direzione politica per le proposte legislative attese nel primo trimestre del 2027. Non modifica quindi da sola, e nell’immediato, tutte le regole esistenti.
Bruxelles vuole razionalizzare il quadro sul capitale ed eliminare gli obblighi sovrapposti. Tra le ipotesi c’è la rimozione dei requisiti di leva del cosiddetto Pillar 2 quando duplicano il quadro già esistente sul coefficiente di leva.
La Commissione intende inoltre esaminare alcuni aspetti dell’attuazione europea di Basilea III, compreso l’output floor. Questa regola limita quanto i modelli interni di una banca possano ridurre le attività ponderate per il rischio — e quindi il capitale richiesto — rispetto all’approccio standardizzato. Per ora Bruxelles parla di revisione o riforma, non necessariamente di abolizione completa.
Il pacchetto mira a eliminare obblighi di comunicazione sovrapposti e propone processi più proporzionati, standardizzati e digitali. Nel dibattito è stata citata una stima di 11,2 miliardi di euro l’anno per l’onere complessivo della rendicontazione.
La riduzione della burocrazia potrebbe abbassare i costi operativi. Il risultato dipenderà però da un elemento concreto: se gli obblighi verranno davvero semplificati o semplicemente trasferiti in nuovi sistemi destinati a sovrapporsi ai precedenti.
Con gold-plating si indicano i requisiti e i vincoli aggiunti dalle autorità nazionali oltre la soglia minima comune dell’UE. La Commissione vuole ridurre queste differenze, così che il cosiddetto codice unico europeo funzioni più come un unico regime e meno come 27 versioni diverse.
Il piano punta anche a limitare gli ostacoli politici e nazionali alle fusioni bancarie oltreconfine, per consentire agli istituti europei di costruire gruppi più grandi e competitivi.
La Commissione propone di facilitare l’uso del capitale e della liquidità in eccesso da parte dei gruppi bancari transfrontalieri. L’obiettivo è spostare le risorse verso credito, investimenti e altri impieghi produttivi senza eliminare le garanzie per i depositanti dei Paesi ospitanti o per i sistemi di risoluzione bancaria.
Il pacchetto prevede inoltre di rinviare l’attuazione della Fundamental Review of the Trading Book (FRTB), il quadro di Basilea sui requisiti patrimoniali per il rischio di mercato. L’intento è evitare che l’Europa proceda più rapidamente delle altre grandi giurisdizioni mentre anche queste stanno riconsiderando le proprie regole.
Nel complesso, le misure mirano a eliminare duplicazioni e barriere interne all’UE. Non equivalgono a una sospensione generalizzata della vigilanza prudenziale.
Negli Stati Uniti, Federal Reserve, Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) e Office of the Comptroller of the Currency (OCC) hanno proposto una modernizzazione più ampia delle regole sul capitale bancario. Il pacchetto rivedrebbe i pesi di rischio, semplificherebbe alcuni elementi del quadro di Basilea, modificherebbe i requisiti di leva e ricalibrerebbe il sovrapprezzo applicato alle banche di rilevanza sistemica globale. Le autorità sostengono che le modifiche allineerebbero meglio il capitale ai rischi, preservando la solidità del sistema.
Le stime collegate alle proposte statunitensi parlano di 87,7 miliardi di dollari di sollievo complessivo sul capitale ordinario di classe 1, il Common Equity Tier 1 (CET1), e di circa 2.500 miliardi di dollari di capacità patrimoniale aggiuntiva. Si tratta di stime basate su modelli, non di denaro versato alle banche né di nuovi prestiti garantiti: il risultato dipenderà dal testo definitivo delle norme e dalle decisioni dei singoli istituti.
Separatamente, l’OCC ha stimato una riduzione aggregata del 6,9% dei requisiti minimi vincolanti di capitale per le banche sottoposte alla sua supervisione secondo l’approccio standardizzato proposto, e del 3,4% per i maggiori istituti secondo l’approccio ampliato basato sul rischio.
Il confronto è politicamente potente per i dirigenti europei. Le banche statunitensi operano già in un mercato interno più integrato e dispongono di una maggiore scala. Se i loro vincoli patrimoniali si allentassero mentre gli istituti europei restassero divisi da barriere nazionali e procedure più pesanti, i prestatori del Vecchio continente rischierebbero di perdere terreno nel credito, nell’investment banking e nel finanziamento delle industrie strategiche.
I numeri, tuttavia, non dimostrano che requisiti patrimoniali più bassi siano automaticamente sicuri, né che ogni euro o dollaro liberato si trasformi in credito produttivo. Descrivono una capacità potenziale, non un risultato economico garantito.
La principale obiezione non riguarda ogni forma di semplificazione. Anche la Banca centrale europea sostiene una vera unione bancaria e ha affermato che capitale e liquidità dovrebbero circolare più liberamente all’interno dei gruppi transfrontalieri. La BCE ha inoltre chiesto che l’area euro funzioni maggiormente come un’unica giurisdizione.
La preoccupazione è istituzionale: una maggiore libertà di movimento richiede istituzioni comuni più solide. Le autorità nazionali devono avere fiducia nel fatto che supervisione, gestione delle crisi e tutela dei depositanti funzioneranno oltreconfine se una banca dovesse fallire. Senza questa fiducia, i governi potrebbero mantenere o rafforzare le protezioni locali invece di rimuoverle.
L’output floor è il principale punto di scontro. L’Eurosistema sostiene che questo meccanismo e i requisiti basati sulla leva siano complementari e rappresentino elementi essenziali del quadro prudenziale. Il suo scopo è limitare il rischio che i modelli interni sottostimino le esposizioni di una banca e producano requisiti patrimoniali troppo bassi.
Gli Stati Uniti hanno scelto di non applicare l’output floor nella forma che i regolatori europei stanno valutando, aumentando la pressione su Bruxelles affinché riveda il proprio approccio.
Neil Esho, ex segretario generale del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, ha avvertito che abbandonare la regola sarebbe un “disastro” e “un passo troppo grande”. Il timore è che un ritiro selettivo dagli standard concordati a livello internazionale inneschi una competizione basata su requisiti più deboli, anziché su una migliore misurazione del rischio.
Se Stati Uniti, UE e altre grandi giurisdizioni applicassero gli standard di Basilea in modi molto diversi, i coefficienti patrimoniali diventerebbero più difficili da confrontare. Per investitori e supervisori sarebbe quindi più complicato capire se una banca è davvero resiliente o se opera semplicemente con ipotesi più permissive.
Anche l’Autorità bancaria europea ha sostenuto che l’attuale quadro dell’UE ha rafforzato la resilienza, la protezione dei depositanti e una base prudenziale comune tra gli Stati membri. Per questo il dibattito non contrappone semplicemente “regolamentazione” e “deregulation”: la questione è capire se eliminare le duplicazioni produca efficienza reale o rimuova protezioni di cui mercati e depositanti hanno ancora bisogno.
La strada più plausibile è una riforma mirata, non la copia integrale dell’approccio statunitense. Bruxelles può ridurre la rendicontazione duplicata, limitare il gold-plating nazionale, eliminare sovrapprezzi non necessari sui requisiti di leva e liberare la liquidità bloccata nei gruppi, mantenendo però presidi credibili su capitale, leva e liquidità.
La parte più difficile è quella istituzionale. Il credito transfrontaliero funziona meglio quando il capitale può circolare liberamente, ma ciò richiede fiducia nella supervisione comune, nella risoluzione delle crisi e nella protezione dei depositi. Se queste fondamenta restano incomplete, il ring-fencing nazionale potrebbe rivelarsi difficile da smantellare.
La sfida competitiva dell’Europa è dunque reale, ma raggiungere gli Stati Uniti non significa necessariamente riprodurre ogni loro allentamento. La prova decisiva per il pacchetto di luglio sarà capire se aiuterà le banche europee a crescere e a finanziare l’economia senza trasformare la gara regolamentare transatlantica in una corsa al ribasso.